Di fronte e attraverso
Terza giornata: La domanda
La sera precedente era trascorsa a passeggiare intorno al lago, interrogandoci sul come avremmo potuto aiutare i nostri ospiti. D’altra parte Alba e Dono ci avevano intrattenuto amichevolmente raccontandoci di loro viaggi e avventure, facendoci partecipi delle loro ricerche. In che modo avremmo potuto dar loro una mano… ce l’avrebbero spiegato oggi.
E dunque, eccoci seduti comodamente intorno ad un tavolino all’aperto, alle 10 del mattino (ora locale, in Anatolia siamo spostati di un’ora avanti rispetto al centro Europa).
Vedete – esordì Alba - l’immagine dell’affresco, come avete notato, è molto consumata e già siamo fortunati ad averne visto i personaggi principali. D’altra parte è evidente che in qualche modo quell’affresco ci parla della relazione tra sapere e conoscenza. Come se ci dicesse: “La conoscenza è una bella donna seduta, che porge la mano al sapere, il suo compagno. E insieme ci sorridono.”
“E il leone?” interviene Matilde…
“E già, il leone – sorride Dono – anche noi non ce l’aspettavamo proprio di trovare un leone in questa immagine. Eppure il leone pervade la cultura anatolica, come avete visto alla porta di Hattusa. Quindi un motivo della sua presenza ci deve essere. Sicuramente poi altri simboli tipici della cultura anatolica erano presenti nell’affresco, a dare senso al tutto.
“Per questo motivo – riprende Alba – abbiamo provato a pensare a quali elementi avrebbero potuto completarlo. Potevano essere personaggi, simboli, animali insomma raffigurazione che potessero rappresentare cosa interviene nel rapporto tra sapere e conoscenza e con che modalità.”
Iorandui ha l’aria molto interessata. Non pone domande in effetti, ma giocherella con una matita colorata tra le mani. Mi sa che vorrebbe copiare l’affresco per portarne con sé tutti i dettagli. Oppure fare un disegno dei suoi… chissà.
Tom , il mio fratello grande, ha una domanda: “Vede signora, io sono un uomo dei monti, che non ha studiato granché, perché ho preferito alle cose dei professori, le cose pratiche, concrete. Il sapere è roba da signori, da gente che ha tempo da perdere a filosofeggiare. A me interessano le cose utili. E non lo so se questo affresco è una cosa utile. Quello che mi sorprende e che mi piacerebbe tanto capire, è come mai tutti e due sorridono. Che a me il signor Sapere non mi ha proprio mai sorriso. Sempre lassù, irraggiungibile, qualsiasi sforzo facessi. E con la maestra Ada che stracciava i quaderni di chi faceva errori. Davanti a tutta la classe.”
“Invece per me – attacca Iorandui – (si, proprio lui, deve essere che stamane è loquace) il sapere non è mai stato il signor Sapere. Che il mio maestro amava giocare con noi e allora sembrava che tutto fosse una scoperta, un gioco. E prendevamo i racconti e ne rovesciavamo i finali. E prendevamo i numeri e li facevamo parlare tra loro. Poi questo maestro prendeva i nostri lavori e colorava di verde tutto quello che facevamo giusto. E c’erano pagine e pagine di coloritura verdina. E ogni tanto qualche lacuna, qualche spazio non colorato. Allora quelli erano gli errori. Poi ci diceva che errore ed errare sono fratelli, che ogni tanto occorreva perdere la strada, per scoprire cose nuove, e ritrovare le cose giuste. Allora andavamo a scoprire la strada degli errori per ritrovarci.”
“Ma se gli errori sono sbagli, come funziona che fanno ritrovare la strada giusta? - prova a insinuare Matilde (che lei è brava a scuola, se non fosse per quella mania delle domande che ogni tanto fa innervosire la sua pur paziente maestra) - Mi piacerebbe disegnarla questa cosa, ecco. Una strada sbagliata che fa ritrovare la strada giusta.”
Iorandui allora le presta il suo bloc-notes e le matite colorate (come faceva a sapere che sarebbero servite vorrei proprio capire).
“Mi sembra una buona idea provare a disegnare per capire. Che è attraverso il fare che si comprendono le cose. E un disegno è un modo speciale di fare qualcosa, perché si trasforma quel che passa per la mente in immagini, e così facendo si scoprono delle cose.”
Era un’osservazione di Alba, che intanto però cercava di riprendere il filo del discorso.
“Dunque, come si diceva, ci siamo chiesti quali oggetti, simboli o personaggi, avrebbero potuto completare l’affresco, in modo da poterne comprenderne il senso generale. Per questo motivo ci siamo messi a girare l’Anatolia, scoprendo tantissime cose che potevano fare al caso nostro. Poi però, dopo molte discussioni, ci siamo resi conto che era molto difficile fare una selezione di tutto quel che in un modo o nell’altro poteva richiamare questa terra, la sua storia. E alla fine abbiamo pensato che avremmo avuto bisogno di altre persone che insieme a noi, provassero a scegliere cosa poteva essere significativo per l’affresco.”
“Per questo motivo – riprende Dono – abbiamo raccolto nella sala dell’affresco una molteplicità di oggetti checi fanno pensare alla cultura Anatolica. Anzi, alle culture, poiché questo territorio, incredibile ponte tra oriente e occidente è stato attraversata da molte popolazioni, a partire dalle tribù sciamaniche del sud del Caucaso sino ad oggi.”
Dunque ci avviamo verso la sala dell’affresco e alla nostra vista si offrono moltissimi oggetti o immagini di elementi delle culture anatoliche. Da oggetti di uso quotidiano a immagini sacre, alimenti e persino a giocattoli. Scegliere è veramente difficile…
“Quello che vi proponiamo, per cominciare - riprende Alba - è di scegliere due oggetti ciascuno, che vi richiamano qualcosa di significativo dell’Anatolia, raccontandoci in seguito il motivo della scelta.”
Gironzoliamo intorno all’esposizione, riconoscendo qua e là elementi già incontrati nel nostro viaggio. L’esplorazione di tutto quanto esposto è affascinante, e ci attardiamo a soppesare tra le dita questo o quell’elemento, ad accarezzare i tessuti, a guardare con cura le immagini. Ma infine occorre decidere.
“Per prima cosa io scelgo la mela, che ho imparato che si chiama Elma, in turco. Perché mi piace moltissimo questo the di mela che ci offrono ovunque, e l’ho scoperto qui, e ovunque andrò mi ricorderà sempre questa terra – dice Matilde”.
Poi, come secondo elemento, la cerva Arinna, quella che abbiamo visto al museo delle civiltà Anatoliche, perché non avrei mai pensato di trovare una cerva come animale venerato, in questa terra.
A me invece - interviene Tommaso - per prima cosa ha colpito il nodo di Gordion, che avevo visto in una città veneta, Noale, tanti anni fa. Quel nodo, che è stato tagliato da Alessandro Magno con un colpo di spada, mi ha sempre incuriosito. E poi naturalmente la scimitarra, che è difficile dimenticare che i turchi erano uomini di spada
“Qui non si vede fra gli oggetti – interviene Iorandui – ma io penso che un elemento importante sia il fuoco. Il fuoco di Eraclito che ha vissuto ad Efeso, appunto sulle coste occidentali dell’Anatolia, ma anche il fuoco delle danze rotanti dei dervisci. E poi secondo me occorre non dimenticare l’importanza della mezzaluna, come segnalato nell'immagine."
Io invece - dissi - sono sempre stata affascinata dai tappeti, dai Kilim in particolare. Mi hanno spiegato che i disegni dei Kilim dell’Anatolia, ma non solo, sono un linguaggio e io porterei con me almeno due di questi disegni: il primo rappresenta una donna con le mani alzate, per ricordare l’importanza delle mani, che, come dice uno studioso, se nel quotidiano “avevano guidato i
carri, impugnato falci, lanciato reti, accudito bambini e seminato campi, in momenti di crisi venivano rivolte al cielo in un atto di ammissione di impotenza e di grande fede. Diventano allora sacre e acquistano un potere magico in grado di proteggere l’uomo dalla cattiva sorte.”Il secondo invece rappresenta l’albero della vita.
Infine anche Nesi prese la parola. Perché anche a lui era chiesto di scegliere.
“Io prendo con me questa trottola, perché ci gioco appena posso, ma anche perché mi hanno detto che con questa ci giocano bambini di molti posti del mondo. E allora penso che l’Anatolia fa parte del mondo.E poi vorrei prendere anche l'immagine del disco del sole degli Ittiti, perché vuol dire tante cose, ma soprattutto mi sembra molto bella."

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Bé, eccoli qui gli elementi da considerare dunque: una trottola, la mezzaluna, il disco del sole, la
cerva Arinna, il nodo gordiano, la mela, due disegni di Kilim, la scimitarra e il fuoco.
Senza dimenticare il leone, la donna Conoscenza col seme in mano e l’uomo Sapere.
Eravamo tra il contento e lo stupito. Rimanemmo in silenzio per diversi minuti.
Riflettendo sulle parole e sulle scelte di ciascuno, ma anche chiedendoci cosa occorreva fare ora.
Un po’ preoccupati: come immaginare che in un affresco potessero starci in maniera armoniosa tutti quegli elementi?
“Infine – esordisce finalmente Alba – è proprio questo che vorremmo chiedervi. Di immaginare come inserire questi elementi nell’affresco, ma soprattutto come tutto questo ci potrebbe parlare del rapporto tra sapere e conoscenza.”
Vedendo i nostri visi impensieriti entrambi ci sorrisero. “Non dovete preoccuparvi di non saper trovare subito la risposta. Vedete, per trovare delle risposte occorre tempo, occorre andare per tentativi. E noi abbiamo fiducia nella capacità di ognuno non di trovare le risposte subito. Ma di saperle cercare.” osservò Dono. Ed Alba aggiunse: “inoltre fidatevi della vostra immaginazione: noi siamo convinti, e non siamo i soli, nel potere dell’immaginazione come strumento di comprensione.”
“Ma qualunque cosa noi immaginiamo, inventiamo… - intervenne Tommaso – non sarà mai la risposta giusta, quella vera.” “La verità… - sospirò Iorandui – mi ricordo una persona che diceva “...la verité, malicieuse comme elle est, n'occupe une position que pour l'abandoner très vite. Elle est de passage."[1]
“Io vorrei provare – afferma Matilde – mi piace pensare, fare, immaginare. Forse non troviamo la verità, ma sicuramente scopriamo delle cose interessanti”.
Nesi saltella orgoglioso di far parte della comitiva. Che è chiaro ormai che nel nostro gruppo ci sarà anche lui. “Si, perché per questa attività avete bisogno proprio di qualcuno che si occupi di voi. Che noi dobbiamo partire.” conclude Dono.
“Prendetevi il tempo necessario per immaginare la risposta. Ma direi non oltre tre giorni – precisa inoltre –che se no vi perdete in troppe elucubrazioni. Poi ci incontreremo a Nemrud e ascolteremo con piacere i vostri racconti. Ora andiamo a mangiare però – che è stata una giornata impegnativa.”
“Aspetta, aspetta – interviene Alba – stavamo dimenticando una cosa importante! Ecco, abbiamo un regalino per voi, che vi accompagni nel vostro percorso e vi aiuti a fidarvi delle vostre capacità.”
E consegnò con calore a ciascuno di noi un piccolo leone di basalto verde, intagliato a mano.