Contenere la rabbia, accogliere il dolore

L'altra sera ero a cena da amiche. Una di queste raccontava come 'lui' la facesse soffrire. Con rabbia e dolore.
Ed in effetti ne aveva tutte le ragioni. D'altro canto un paio di amiche del gruppo insistevano perché imparasse a 'stare da sola' invece di appoggiarsi al prossimo salvagente. E lei annuiva, acconsentiva, era d'accordo. Ma niente dentro di lei era in grado di contenere l'angoscia e certo le sagge parole non facevano altro che farla sentire in colpa. Alcune di noi tacevano. Difficile parlare quando vi è un sacco di gente pronta a dare buoni consigli.
Mesi fa ho litigato seriamente con una cosiddetta amica. Che al racconto di un evento difficile della mia vita si prodigava a dirmi cosa secondo lei era meglio o peggio fare. Alla mia irritazione si è infuriata: 'cos'era l'amicizia se non poteva dirmi la verità?'.
La verità?
La verità (almeno presunta) la conoscevo benissimo. Ma non era certo quello di cui avevo bisogno.
Mi necessitava semplicemente condivisione. Spazio di parola.
Anni fa gestivo corsi per gruppi di familiari di persone depresse. Oppure corsi per assistere malati gravi a domicilio.
Prima di dire quel che occorre fare, nell'uno e nell'altro caso, occorre prendersi il tempo di lasciare emergere. Rabbia e dolore.
Cioè racconti innumerevoli e ridondanti. Di quel che è successo, di come è accaduto, di quel che avrei dovuto. O che non avrei voluto. Di come non sia giusto. Di' comeèpossibilechesoloame?' e 'nonvogliononvoglionovogliononvoglio' e 'maipiùmaipiùmaipiù'. e umiliazione. e invidia. voglia di scappare. Ricerca dei colpevoli. Del colpevole.
Ancora anni prima lavoravo, come molti di voi sanno, in ospedale psichiatrico. A volte contenere il dolore, la fatica e la rabbia di un malato psichico sta nel saper accettare che per lui sei un angelo o un diavolo. Senza rimanere affascinata dall'una e l'altra immagine. Senza cadere nell'illusione che se io sono l'angelo e l'altro è il diavolo allora sono io davvero la buona. Spesso rappresentiamo parti che sono necessarie ad altri. Non dobbiamo dar loro troppa importanza. Senza dimenticare che ogni, ogni vissuto ha significato, va ascoltato. Anche se la comprensione a volte è solo accettazione di un senso che ci è sconosciuto.
Ed in questi giorni mi chiedo spesso cosa si possa fare di fronte alla rabbia e al dolore di popoli che si combattono da così tanto tempo.
Le cui violenze subite sono innumerevoli e il conto dei soprusi reciproci è sempre in competizione: 'io di più, io di più, io di più!'
Io di più? Anche solo una persona assassinata, violata, reclusa ingiustamente, torturata, è già troppa.
Assistere al dolore e alla rabbia è faticosissimo. Stare accanto, ascoltare, esserci, senza entrare nel gioco del chi ha ragione, del di chi è la colpa.
Accogliere il dolore e la rabbia, senza farsi prendere dal desiderio di vendetta, dalla disperazione, dalla voglia di accusare.
Tenere, tenere, sinchè il quel crogiolo possa nascere qualcosa che non abbiamo scelto, non abbiamo condotto con la nostra presunta intelligenza e ragione. Tenere tenere tenere. Abbracciando senza condurre. Piangendo con, senza fuggire. Fidandosi non di qualcuno, di qualcosa. ma della capacità della gente di ritrovarsi, se qualcuno si trova con loro al posto giusto.