domenica, 29 gennaio 2006,17:43

Settima ametista  
 

Di terra sirena si sporge.  

Con dita di piedi esplora protuberanze del fuori.  

Annusa e si immerge in cavità tra radici. 

Di terra sirena si affonda le mani di foglie, si strappa.  

Si lascia cadere, cadere, cadere. Avviluppata e nascosta.   

Di terra sirena non s’apre al rumore, ma tace e silente esplora e propone.  

Rocce d’opaco messaggio. Cristalli nascosti tra muschi.  

Di terra sirena, ha fianchi ritmati, carezze addolcenti.   

Addossa quel corpo su valli, appoggia i talloni, accoglie tensioni.   

Di terra sirena riposa, pensando l’odore e il sapore.   

Lasciando il pensiero di fuori. 

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mercoledì, 25 gennaio 2006,22:18

Sesta ametista 

Invece lui se ne sta in cima all’albero. 

Un albero frondoso, di quelli che non vedi mai la cima. 

E lui… lassù. 

Con un bastoncino. 

Naturalmente scende per mangiare, cinque volte al giorno (così gli ha spiegato la sua nonna, che è meglio mangiare poco ma spesso). I vicini, direi soprattutto le vicine, si danno da fare nel colmare regolarmente le scorte di cibo (piccoli pasti frequenti, diceva la nonna, e appunto, le vicine eseguono e forniscono pasti in piccole porzioni).

Per il resto del tempo lui sta lassù, in alto.

Quando scende la notte si rannicchia tra i rami, ce ne sono un paio proprio comodi. 

Dorme sino all’arrivo della stella del mattino. 

(stavo scrivendo cammino, e forse era giusto così)

Poi ben ritto, si appresta al compito consueto.
Parlare con le nuvole. 
 

 

Che le nuvole hanno la vista morbida, e ha bisogno delle nuvole per capire il mondo. 

Che le nuvole hanno dolori acquatici, e ha bisogno delle nuvole per poter sentire.

Che le nuvole hanno rabbie fulminanti (lo possiamo ben dire) e lui ha bisogno di arrabbiarsi ogni tanto.

E anche noi. 

Che le nuvole si sfioccano lentamente quando fa freddo: per ricordarci

che dobbiamo cercare luoghi morbidi e accoglienti entro cui trovare rifugio.

Che le nuvole si tingono dei più splendenti colori.

Durano quel che durano, ma valeva la pena lo stesso. 

Che le nuvole possono impedirci di vedere il cielo, o l’altrove. Talvolta non lo possiamo sopportare. 

Che le nuvole scendono fino a terra, e rendono confuso quel che sembrava certo. Appunto. 

Che le nuvole sono nuvolose. E altro ancora, che lui deve ancora scoprire. 

Con il bastoncino le solletica a volte. 

E le nuvole ridendo fino alle lacrime, piangono quando c’è il sole. 

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domenica, 22 gennaio 2006,18:17

Quinta ametista 
Da un cesto prende petali di rosa e lascia che si posino sui gradini.
Cammina lento, sostando ad ogni passo, 
La scala è dei sentieri di montagna, di ciotoli che separano ciuffi d’erba. 
Ben rifinita nelle pietre dei bordi. 
Lui procede con un bastone, e una pipa tra i denti.
Respira piano, si abbassa, prende i petali. 
Li sparge. 
  

Verifica che ogni angolo sia ben tappezzato.
Non sceglie i colori dei petali, li getta alla rinfusa. 
Talvolta mi capita di pensare che potrebbe distinguere, 
fare delle decorazioni diverse, alternare i colori. 
Come se avesse sentito si gira. 
Sorride scuotendo leggermente la testa. 
No, non si fa. 
  


La ruota del mulino che gira nello scrosciare dell’acqua.
una scala di ciotoli che sale nel bosco. 
un vecchio che sparge le rose, lentamente. 
di domenica pomeriggio. 
 

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martedì, 17 gennaio 2006,22:55

Quarta ametista

Dondola sull’altalena. 

Su. Giù. 

Oscilla leggera. Poi spinge con le gambe, coi piedi. 

Talloni, punte. Avanti e indietro. 

Ogni volta che sale è albatros gioioso in luce splendente. 

Ogni volta che scende è lupo affamato, di tenebra avvolto. 

Avanti. 

Indietro. 

Rallenta, per sfuggire al lupo. 

Corre verso l’albatros. 

Non può perdere l’oscillazione. 

Avanti. Su. 

Indietro. Giù. 

Denti affilati di lupo. 

Ali potenti di albatros. 

Oscillare sempre, sempre. 

Senza potersi fermare. 

Sembra. 

 

Poi, di colpo suona un campanello squillante. 

Nella notte. 

Poi, di colpo una freccia colpisce nel segno. 

La mattina. 

Poi, di colpo, le corde d’altalena sono solide gomene. 

E vede. 

Occhi identici di albatros e di lupo. 

Sospesa l’oscillazione, appare il caleidoscopio.

Di ali splendenti, di cupe fauci.

 

Ora, finalmente può scendere.

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venerdì, 13 gennaio 2006,19:49

Terza ametista

Seduta presso la quercia, strofina, da innumerevoli giorni, cucchiaini d’argento delle più diverse forme.

Le arrivano opachi e lei - senza sollevare gli occhi, senza spostare le ginocchia,

senza muovere le mani più del necessario - strofina e ripone.   

Ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno.   

Accanto a lei un tronco appoggiato serve da appoggio alle passanti, ai passanti. 
Si fermano, osservano.
Poi raccontano del dolore della propria vita. 
 

Della malattia che perseguita.
Della solitudine come una prigione. 
Della guerra, della fame, delle ferite. 
Delle offese. 
Dell’angoscia senza motivo. 
Del figlio morto.  

Dell’abuso che lascia lacerati e fragili sempre, sempre. 
Della mancanza, di quel vuoto che nessuno e nulla mai saprà colmare.
Del come ci si sopravvive.
Portando dentro di sé deserti pietrosi che mai trovano pace. 
 

Del desiderio non accolto. 
Della tortura che dilania la mente prima che il corpo, e poi, e poi niente è più come prima. 
Del terrore che si perda tutto, anche se quel tutto è così piccolo, così apparentemente non necessario. 
Delle figlie malate. 
Del timore che il sogno sarà spezzato tanto da essere incapaci di desiderarlo. 
Della propria incertezza, sbadataggine, violenza. 
Dell’incapacità di essere presenti a se stessi. 

Del non capire, non capire, non capire, non capire.
Come va il mondo.  

Della propria paura di quel che non sappiamo.
Dell’incapacità di piangere quando è davvero il momento.
 

Lei solleva il viso e osserva senza nemmeno sorridere. 
Ascolta.

Perché, perché, perché, perché? 
Lei guarda e il suo sguardo assorbe il pianto e il dolore. 

Non c’è parola, non c’è commento. 
Strofina i cucchiaini sempre, intanto. 
Li appoggia delicatamente alla sua sinistra, pian piano svaniscono. 
A destra altri compaiono e lei ritorna a farli brillare. 

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martedì, 10 gennaio 2006,22:42

Seconda ametista   

Ha i capelli castani e un sorriso ironico. Gioca con un mazzo di carte.
Quale carta vuoi? Scegli, scegli… osserva il tuo destino…
  
I  passanti sollevano lo sguardo, allungano la mano verso la carta.
Sfugge, cade, si macchia di fango.
Ecco l’ho vista! Dice uno.    
 

L’altra scuote la testa: era solo un abbaglio.
C’era un albero là sopra. 
 

Un riccio. 

Una spina.      

No, era solo una macchia di fango.
Una rosa? Una casa?
Un anello prezioso?  
  

No, mi pareva, ma invece… un riflesso del sole.
Piovono carte dal mazzo, tutte hanno lo stesso colore nel dorso.
 

Il ragazzo le offre ai passanti.     

Nella penombra, accanto a lui, una mano.  

Porge una matita.  

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lunedì, 09 gennaio 2006,20:54

La prima ametista
Una danzatrice se ne sta sola al centro della soglia. 

Attende la musica, ma nessun suono emerge dalle stanze tra le quali si trova.
Saltella, s’inquieta, si appoggia, si siede.
Esercita i suoi passi: un;  deux;  trois. Quatre.
Tamburella con le dita sullo stipite. Osserva in lontananza.
Un pochino s’annoia, un pochino è impaziente.

Un; deux; trois. Quatre.
I passi li conosce tutti, le pare. Forse ha sbagliato momento?
Vorrebbe dormire a lungo, si accovaccia al suolo, la testa reclinata tra le ginocchia.
Resta. Poi ritorna in piedi piano… le era sembrato di sentire un suono.
Una tenda in lontananza oscilla; qualcosa sta soffiando, pare. 

Allunga la mano, le par di sentire il suono dell’aria che si muove.
Nulla. 

 

Un; deux; trois. Quatre. 

Saltella, saltella, saltella, coi piedi che gridano l’impazienza.
Poi resta ferma ferma, vorrebbe assomigliare all’albero che intravede dalla finestra alla sua sinistra. 

Si fa radice, ramo, tronco. 

Poi fronda che si agita al sottile vento. 

Intanto la musica non arriva.
Un; deux; trois. Quatre.
Quattro gli appoggi: due mani, due piedi.
Si conta sulle nocche, si conta sui gomiti. Si conta negli occhi. 

Contano anche i denti. Ad appoggiarvi delicatamente le dita.
La musica? Ma quando arriva la musica? 

Un; deux; trois. Quatre.
Lo spettatore attende: vorrebbe battere le mani ma non osa.

Non sa quando lo spettacolo finisce. Non vuole disturbare.

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domenica, 08 gennaio 2006,21:06

Sette piccole pietre ametista. Poggiate su fili d'arpa, sostenute da lucida ematite e brunito argento, pazientemente sfaccettato. Ogni pietra un racconto da scoprire. La spilla intera un dono.
 

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mercoledì, 04 gennaio 2006,18:04

Ieri una parte del mio passato, quella che non vorrei rifrequentare, è riapparsa per qualche ora nella mia vita.
Di colpo di nuovo fragile oscurata da timori che pensavo superati. Alcune ore per rimettermi in sesto.
Oggi invece, gironzolavo nella cittadina vicino a casa mia, come una turista. Riscoprivo il mio territorio. Ci abito da 32 anni e ancora, mi muovo da immigrata. Allora la mia parte immigrata si guardava in giro e diceva: 'vediamo cosa mi piace di questo posto'.
Il cielo quando è sereno in gennaio e il lago.
Ecco una delle poche radici della mia vita è l'essere cresciuta e vissuta vicino a laghi. A un lago in particolare: il Ceresio color carta da zucchero. Mai attore di primo piano, ma sfondo.
Uno sfondo che occorre guardare da immigrata appena giunta, per riscoprirne la bellezza.


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lunedì, 02 gennaio 2006,14:58

La prima riga dell'esagramma 50 dell'I King ( o I Ching):  il crogiuolo (praticamente la pentola in cui si rosolava lentamente il cibo) segnala che per rinnovarsi occorre svuotare la pentola, rigirandola. Quando è ben pulita la si può usare convenientemente.
Ben, ho buttato via i calendari dello scorso anno e tutti i resti di candeline, candele e lumini delle notti di Natale e Capodanno.
Per il resto dormicchio.

author: melusinach
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