Sesta ametista
Invece lui se ne sta in cima all’albero.
Un albero frondoso, di quelli che non vedi mai la cima.
E lui… lassù.
Con un bastoncino.
Naturalmente scende per mangiare, cinque volte al giorno (così gli ha spiegato la sua nonna, che è meglio mangiare poco ma spesso). I vicini, direi soprattutto le vicine, si danno da fare nel colmare regolarmente le scorte di cibo (piccoli pasti frequenti, diceva la nonna, e appunto, le vicine eseguono e forniscono pasti in piccole porzioni).
Per il resto del tempo lui sta lassù, in alto.
Quando scende la notte si rannicchia tra i rami, ce ne sono un paio proprio comodi.
Dorme sino all’arrivo della stella del mattino.
(stavo scrivendo cammino, e forse era giusto così)
Poi ben ritto, si appresta al compito consueto.
Parlare con le nuvole.
Che le nuvole hanno la vista morbida, e ha bisogno delle nuvole per capire il mondo.
Che le nuvole hanno dolori acquatici, e ha bisogno delle nuvole per poter sentire.
Che le nuvole hanno rabbie fulminanti (lo possiamo ben dire) e lui ha bisogno di arrabbiarsi ogni tanto.
E anche noi.
Che le nuvole si sfioccano lentamente quando fa freddo: per ricordarci
che dobbiamo cercare luoghi morbidi e accoglienti entro cui trovare rifugio.
Che le nuvole si tingono dei più splendenti colori.
Durano quel che durano, ma valeva la pena lo stesso.
Che le nuvole possono impedirci di vedere il cielo, o l’altrove. Talvolta non lo possiamo sopportare.
Che le nuvole scendono fino a terra, e rendono confuso quel che sembrava certo. Appunto.
Che le nuvole sono nuvolose. E altro ancora, che lui deve ancora scoprire.
Con il bastoncino le solletica a volte.
E le nuvole ridendo fino alle lacrime, piangono quando c’è il sole.