venerdì, 31 marzo 2006,11:40


Halina, 4 anni, mi guarda con affetto da due. Magrettina e fragile (si è già rotta una gamba a un anno, cadendo con la mamma dalle scale). Quando passo mi sorride (bé, voi lo sapete già che è a Iorandui che sorride, naturalmente). Un giorno mi ha visto scendere le scale carica di borse. Si è allontanata dalla mamma e mi ha aperto delicatamente la porta. Solo sorridendo.
Ieri mattina mi guardava dal vetro della porta d'entrata, mentre facevo manovra con l'auto. Mi ha fatto ciao con la manina. Sorridendo.


 

author: melusinach
category:
comments: commenti (37)(popup) | commenti (37)
mercoledì, 29 marzo 2006,23:05

Ho aperto questo blog verso fine giugno 2003 e, a parte i passaggi dell'amica Pangea (a quel tempo senza blog),   le mie prime visitatrici sono state Kaos e Redwitch . Entrambe bravissime coi template, avevano un delizioso blog a gattini (ormai chiuso, ahimé) e raccontavano storie buffe di vita quotidiana. Contemporaneamente passava a trovarmi  Marcello. Poi è arrivata Mamasita (sparita), poi Il Viandante, poi Paolo Galloni. (il racconto del signor Dite è il primo che ho letto). Da Paolo ho incontrato Fatos, Bad, e Justannie...

Il primo raccontino che ho scritto era del 2 agosto 2003: 

Melusina ha perso un po' di esercizio. Una volta se ne andava sola (senza sentirsi sola) nella foresta e pian piano nascevano molteplici storie del mondo.
Poi... si è distratta, invece di inventare storie ha letto di narrazioni.

Ma occorre ricominciare a raccontare una storia per ogni oggetto che ci circonda.

Per esempio, la storia di quel quaderno cui ho tolto le pagine l'altro ieri. È un quaderno verdino, con su i gigli di Firenze (tipo Pigna, diciamo). Intanto se ne sta seduto vicino al mouse, un po' di traverso. C'è una penna (di mio figlio... lascia sempre tutto in giro) appoggiata sopra. E un foglio bianco anche lui di traverso (ma non c'è niente di diritto su questa scrivania?). Chissà come è arrivato lì. Ma non divaghiamo, torniamo alla storia del quaderno verdino. Gli ho tolto i fogli perchè raccoglievano scritti che andavano catalogati da un'altra parte. Dunque SSSTRRAAPPATI. Ma il quaderno, seppure senza anestesia non ha sentito niente. E si tiene, dall'altro lato (verso le pagine finali, per intenderci) un mazzetto di fogli (a quadretti, 5mm, che così si scrive meglio) quasi liberi... Sono... vediamo: otto fogli in semilibertà: il loro destino è ancora incerto: collegati al quaderno ancora per poco... potranno andarsene per usura, pian piano.. O tutto d'un colpo, per un impulso, per seguire un progetto istantaneo (o dell'istante? Non so).

Si consultano a bassa voce (credono che io non li possa sentire). Il foglio Cinque se ne sta silenzioso... cosa fa, con in quadretti socchiusi? Sogna... di essere un cappello da pittore (imbianchino, quello delle pareti, non il PITTORE-ARTISTA che di solito mette cappellini di ben altra natura) Dunque un cappellino da pittore per proteggersi dalle gocce di vernice, che cadono quando si dipingono le pareti ( e soprattutto i soffitti, provare per credere). Un pittore non qualsiasi quello sognato dal foglio Cinque: un pittore che sa fare le decorazioni alle pareti. Sapete, quelle specie di greche che decoravano una volta le stanze. Che ogni libricino o rivista di FAI da TE indica come attività facile, pur richiedendo pazienza e precisione. Ma se richiede pazienza e precisione... è davvero Facile? E allora cosa è Difficile? Mmmm meglio non fare domande, foglio Cinque, potresti fare brutta figura. In ogni caso, proprio oggi foglio Cinque si vede picchiettato di macchioline verdi: cadono da una moltitudine di foglie delicate sul soffitto... Le guarda estasiato e... di colpo arriva la bimba con le trecce... ruba il cappellino al pittore (lui se ne farà un altro con il foglio Quattro) e se lo mette in testa. Ed eccoli lì: la bimba con trecce e foglio-cappellino verdino che se ne vanno a spasso... finchè Vento non li separi...................

author: melusinach
category:
comments: commenti (13)(popup) | commenti (13)
martedì, 28 marzo 2006,23:07

Il Cielo  

Da qui si doveva cominciare: il cielo.  

Finestra senza davanzale, telaio, vetri.

Un’apertura e nulla più, 

ma spalancata.  

Non devo attendere una notte serena, 

né alzare la testa, 

per osservare il cielo. 

L’ ho dietro di me, sottomano e sulle palpebre. 

Il  cielo mi avvolge ermeticamente 

E mi solleva da sotto.

Perfino le montagne più alte 
Non sono più vicine al cielo
Delle valli più profonde. 

In nessun luogo ce n’ è più
Che in un altro 
La nuvola è schiacciata dal cielo 
Inesorabilmente come la tomba.

La talpa è al settimo cielo 
Come il gufo che scuote le ali. 
La cosa che cade in un abisso 
Cade da cielo a cielo. 

Friabili, fluenti, rocciose, 
infuocate ed eteree, 
distese di cielo, briciole di cielo, 
folate e cataste di cielo. 

Il cielo è onnipresente 

Perfino nel buio sotto la pelle. 

Mangio il cielo, evacuo il cielo. 
Sono una trappola in una trappola, 
un abitante abitato, 

un abbraccio abbracciato, 

una domanda in risposta a una domanda.  

La divisione in cielo e terra 
Non è il modo appropriato 
Di pensare a quella totalità. 
Permette solo di sopravvivere 
A un indirizzo più esatto, 
più facile da trovare, 
se dovessero cercarmi.

Miei segni particolari: 
incanto e disperazione.

(Wislawa Szymborska)

 

author: melusinach
category:
comments: commenti (16)(popup) | commenti (16)
lunedì, 27 marzo 2006,08:14

peut être... Ce printemps nous ne permet pas de se relaxer, enfin ....
(du blog de unpied)

author: melusinach
category:
comments: commenti (17)(popup) | commenti (17)
sabato, 25 marzo 2006,17:02

Non mi ero nemmeno accorta che oggi è il 25 marzo.
Il 25 marzo per me è una giornata speciale.


author: melusinach
category:
comments: commenti (14)(popup) | commenti (14)
mercoledì, 22 marzo 2006,23:29

Sentimenti ed emozioni
Se chiudo gli occhi vedo la tartaruga col dorso bianco e dorato, quella del giovane signor Lu (una volta questa storia spero di poterla raccontare) che oscilla dolcemente nell'acqua. Se chiudo gli occhi vedo Iorandui che se ne sta seduto come sempre sul bordo del letto, col sorriso che  dice "riposati". Se chiudo gli occhi c'è l'odore buono dell'orso tana, che tace e anche io. Se chiudo gli occhi penso a quel signore cui ho letto per finta la mano l'altra sera, chè avevo intuito e gliel'ho detto: "sei un uomo col cuore". E lui ha sorriso, che avevo capito. Se chiudo gli occhi penso alle viole nei prati e mi nutre la loro presenza. Se chiudo gli occhi mi appoggio alla corrente del sentire, che è sotterranea a tutte le burrasche che increspano l'acqua, oltre le avanzate e le retrocessioni delle onde. In quella corrente, se si osserva  un momento c'è  la tartaruga dorata che nuota nell'intreccio della vita senza volerlo ridurre, senza volerlo spiegare.  

Se chiudo gli occhi lo so, lo sappiamo che l'affetto poggiato sul dorso della tartaruga supera le burrasche, non soccombe alle onde, ci lascia docili al sorriso e cedevoli all'abbraccio.


Intanto che fantastico di tartarughe, vi invito a curiosare qui sotto

author: melusinach
category:
comments: commenti (17)(popup) | commenti (17)
lunedì, 20 marzo 2006,17:38

Post in progress

Della realtà e di altri eventi.
Sollecitata da un post e da un'inizio di chiacchierata con
Mirella vorrei riflettere su questa stradibattuta questione del reale e del virtuale, partendo da alcune domande che mi sono posta:
ma quante realtà c'erano, prima dell'avvento dell'era della comunicazione a distanza e del diffondersi del web?
E quante realtà ci sono ora?
E ancora: prima dell'avvento del virtuale così come lo intendiamo, quali altre realtà potevamo definire come virtuali?
Quando ero piccola, per motivi collegati ad una difficoltà di relazionarmi col cosiddetto "reale" ho letto praticamente sempre. In ogni momento. Se fossi stata al PC mi avrebbero diagnosticata come dipendente. Invece leggevo, e si sa, leggere fa bene. 
Con il mio leggere, in quale realtà vivevo? Quella dell'enciclopedia saggiamente chiamata "Oggi per domani" che mi spiegava per filo e per segno cosa occorre fare per vivere e come è fatto il mondo? Quella delle fiabe (quattro volumi interi di tutte le fiabe del mondo) che mi parlavano di creature magiche disposte ad aiutarci, se siamo buone? Quella dei racconti di avventure (Salgari, 30 volumi) o quella dei romanzi di orfanelli di tutte le sorte ("Il piccolo Lord", letto cinque volte)? Che così si imparava come riscattarsi da una vita di sofferenza? (Pollyanna in questo era esemplare). O quella della vita dei vari santi e sante (eravamo in piena catechesi di quelle di una volta) con le loro estasi e le loro tentazioni, tanto che per anni pregavo: speriamo che non mi venga la vocazione, speriamo.
Ma questo non è virtuale, questo è immaginario, direbbe qualcuno.
Allora probabilmente vivevo soprattutto in  un mondo immaginario. Non reale? Mah, non ne sono certa, che se non avessi avuto questo immaginario, ovvero parole e storie scritte da soggetti inseriti nel mondo, forse non avrei mai potuto reggere un certo tipo di realtà, diciamo la realtà più reale.
Invece qui, in rete, sembra che si tratti di un mondo né immaginario, né reale. Trattasi, dicono di un mondo virtuale, ovvero che esiste come possibilità, se andiamo ad una certa connotazione del termine. Mi chiedo se l'antitesi di reale sia virtuale. Il contrario (dunque NON reale) oppure se virtuale è solo una connotazione di un tipo di reale.
Mi vien da dire che anche il mondo fatto di possibilità è costruito da soggetti, che  producono eventi, situazioni, le quali, come qualsiasi produzione, cominciano a vivere per conto loro. Reali a loro volta nel senso che esistono, appartengono al paesaggio della (nostra) contemporaneità. 

Potremmo dire allora che vi sono la realtà "reale", la realtà "immaginaria" e la realtà "virtuale"?

Ancora, se in ognuna di queste realtà noi potessimo (possiamo) agire come registi, attori e spettatori,  in quale modo prevalente agiremmo (o agiamo) in ciascuna di esse? 

author: melusinach
category:
comments: commenti (28)(popup) | commenti (28)
sabato, 18 marzo 2006,13:44

La lunga marcia delle Madres de Plaza de Mayo 
30 aprile 1977: per la prima volta 14 donne "ingenue, vecchie e molto addolorate" scendono nella Plaza de Mayo a chiedere ragione della sparizione dei loro figli; la polizia, chiamandole "locas" (pazze), tenta di sloggiarle intimando loro di "camminare". Così, camminando attorno alla piazza, inizia la lunga marcia delle Madres de Plaza de Mayo. Una marcia che partendo dall’esperienza dell’azione diretta e collettiva ("la piazza ci faceva sentire più forti") le porterà all’avanguardia della lotta anticapitalistica in Argentina, le renderà capaci oggi di dare lezioni di coerenza (veri e propri pugni nello stomaco) alle "sinistre" riunite a Porto Alegre. Dopo aver portato solidarietà alle lotte degli sfruttati di tutto il mondo, le porterà, il 20 dicembre 2001, a fronteggiare, ormai ultra-settantenni, la polizia a cavallo nella stessa piazza, in prima linea nella rivolta argentina: letteralmente, non un passo indietro, come recita il titolo del libretto in cui le Madres ci raccontano la loro storia.
Una storia fatta di molti passi avanti, fatti uno per volta, con quotidiano coraggio e coerenza. Scese in piazza per darsi forza, per superare la paura ("in piazza eravamo tutte uguali"), sperimentate le prime forme di resistenza collettiva e di sfida di fronte alla repressione, scontratesi con l’assenza totale di risposte sul destino dei loro figli da parte del potere e degli organismi internazionali, esse si trovano di fronte ad un bivio. Morti i figli desaparecidos, si chiedeva loro, come a ogni madre, di chiudersi nel lutto, di onorare la memoria degli scomparsi, di consegnare la loro tragedia al passato. E di lasciar prosperare gli assassini, sotto qualunque maschera -militare, peronista o democratica- si volessero presentare.
Non è andata così.
A chi chiedeva di accettare la morte senza spiegazioni, le Madres hanno cominciato a chiedere "la ricomparsa in vita". A chi proponeva di ricercare le tombe, esse rispondevano: "nessuna tomba può contenere un rivoluzionario". A chi gettava l’amo della legge del Punto Finale (opera di Alfonsin, il cocco delle social-democrazie europee), le madri hanno risposto:
"Non vogliamo la lista dei morti, vogliamo i nomi degli assassini. Non vogliamo l’oblìo, perché vogliamo che ciò che è avvenuto non si ripeta mai più. Non dimenticheremo, non perdoneremo. A noi non interessa che i desaparecidos siano ricordati e le madri stimate. Vogliamo che i nostri figli siano imitati. "
È un salto di qualità. Persi per sempre i corpi, decidono di battersi per far vivere la ragione di vita dei loro amatissimi figli: la lotta, gli ideali cui hanno sacrificato, in 30.000, la vita. Dall ’essere madri di rivoluzionari diventano madri rivoluzionarie. E invece di ricercare i figli in fondo all’oceano o nelle fosse comuni, li ricercano e li trovano in chiunque porti avanti la lotta, in Argentina, in tutto il continente e nel mondo intero: gli operai in sciopero, gli indigeni di cui denunciano il genocidio, e via via allargando il loro raggio di solidarietà e di azione: "I nostri figli tornano ogni volta che uno grida, che uno protesta…"
Le Madres sono state ricevute da tutti, ma da quanti è stata veramente compresa la loro lezione? Non sicuramente da coloro che trovano "commovente" la loro vicenda e che si soffermano sulla tragedia umana che le ha spinte alla lotta. Sono gli stessi che "le capiscono", le compiangono e perciò pensano che la loro "follia" vada tollerata. Che tentano di riproporre in loro lo stereotipo della madre che a tutti i costi si batte per i propri figli (e solo per loro). Che abbracciano le madri e fanno affari e accordi politici con gli assassini. Tutti (o quasi) ricevono le madres, ma -guarda caso- qui in Italia nessuna casa editrice si è fatta avanti a pubblicare il loro libro, frutto di una auto-edizione con il contributo dell’attrice Ottavia Piccolo. Esse devono essere una -possibilmente muta- testimonianza di un lontano passato e del dolore materno.
No, le Madres de Plaza de Mayo sono altra cosa. Sono l’esempio di come qualunque "semplice casalinga" dei quartieri popolari argentini possa, partendo dalle necessità più naturali, più elementari, arrivare a far politica e a comprendere la necessità della lotta a tutto campo contro il capitalismo.
Di come anche da una vicenda "particolare" (nel loro caso, la morte dei figli) si possa arrivare (purché lo si voglia) a decifrare con chiarezza le responsabilità politiche di tutto un sistema: "Noi (il popolo) non li abbiamo capiti, il sindacato li ha segnalati, la sinistra li ha consegnati in mano agli assassini, la Chiesa li ha lasciati soli…"
 

Di come la lotta non possa essere una fiammata momentanea ma di lungo respiro, al di là della repressione e delle momentanee sconfitte. (Da questo link)

 

Credo che la lotta alla violenza tutta sia fatta di piccoli passi coraggiosi. Più che di grandi proclami e di grandi schieramenti. Credo che l'affetto si dimostri con la costanza e non con gli schieramenti. Credo che chi viene da me chiedendo  prove di affetto, non si fida. Questo non è colpa mia, anche se mi dispiace molto. E molto vuol dire molto. 

 


author: melusinach
category:
comments: commenti (20)(popup) | commenti (20)
venerdì, 17 marzo 2006,22:32

L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder

author: melusinach
category:
comments: commenti (1)(popup) | commenti (1)
lunedì, 13 marzo 2006,23:15
  15.  Ch'ien / Modesty

          -- --
          -- --     above     K'un   The Receptive, Earth
          -- --
          -----
          -- --     below     K^en    Keeping Still, Mountain
          -- --

     The Judgement

          Modesty creates success.
          The superior man carries things through.

     The Image

          Within the earth, a mountain:
          The image of Modesty.
          Thus the superior man reduces that which is too much,
          And augments that which is too little.
          He weighs things and makes them equal.

     The Lines

          Six at the beginning means:
          A superior man modest about his modesty
          May cross the great water.
          Good fortune.

          Six in the fifth place means:
          No boasting of wealth before one's neighbor.
          It is favorable to attack with force.
          Nothing that would not further.

author: melusinach
category:
comments: commenti (5)(popup) | commenti (5)